I sette vizi capitali

La tradizione sui sette vizi capitali risale alla chiesa, anche se una formulazione dei comportamenti moralmente eccepibili apparve in Aristotele. È il cristianesimo che li categorizza, introducendoli nella morale durante il Medioevo e nel periodo seguente, con la classificazione data da Dante, nella tradizione letteraria di stampo religioso, riservando ai peccatori delle precise posizioni nell’alto Inferno. Da allora nei media hanno ricevuto una vasta risonanza, anche per il fatto che costituiscono un ottimo espediente narrativo. I sette peccati capitali, spesso indicati come sostantivi assoluti, sono dei peccati che scardinano la morale e sollevano un giudizio negativo. In quanto tale, commettendo uno di essi, si acquista un biglietto di sola andata per la dannazione eterna. Questi peccati sono considerati non semplici vizi qualunque che si possono perdonare e che chiamiamo peccati veniali. Si pensava che i peccati veniali non avrebbero mai sbarrato la via al Paradiso, semmai dopo una purga nel limbo del Purgatorio, che è pensato propriamente per questo. I sette peccati secondo la tradizione sono:

  • La superbia – cioè l’avere in mente la sicurezza di esser superiori a chiunque, di avere diritto a ostentare disprezzo nei confronti degli altri, a esercitarlo violando gli usi, la morale e eleggi
  • L’avarizia – la mancanza di generosità e l’eccessivo attaccamento al denaro, che impediscono slanci e aiuti alle persone bisognose.
  • La lussuria – l’incontrollata concupiscenza e l’incapacità di controllare moralmente i propri costumi sessuali, lasciandosi andare al piacere esagerato
  • L’invidia – il provare sentimenti avversi e contrari rispetto a quanto ottengono gli altri, vedendolo come causa del male proprio
  • La gola – ovvero l’ingordigia, l’abbandono senza freni ai piaceri del cibo, in spregio alla morigeratezza e alle situazioni di bisogno altrui
  • L’Ira – l’incapacità di controllare sé stessi e il desiderio di vendicarsi in modo violento contro persone che sono percepite come pericolose nei nostri confronti.
  • L’accidia che è l’inerzia, il mancato impegno, la svogliatezza e la mancanza di iniziativa.

Dopo la “sistemazione” data da Dante nell’Alto Inferno i teologi hanno cercato di capire esattamente quali erano le pene che dovevano subire i peccatori e per identificarli meglio li contrapposero alle sette virtù. Invece della lussuria si dovrebbe coltivare la morigeratezza. Al posto dell’ira e della rabbia cieca si dovrebbe rispondere con mitezza e compostezza. Chi eccede in avarizia dovrebbe dedicarsi alla beneficenza ed essere caritatevole. L’umiltà aiuta a mettere da parte la superbia e l’eccesso di orgoglio. La pigrizia veniva combattuta con la diligenza e lo zelo per il proprio lavoro e i propri doveri, mentre alla gola si doveva rispondere con la temperanza e il controllo dei propri istinti. Infine l’invidia doveva essere combattuta dalla generosità dimostrando compiutamente che non è il successo altrui a impedire il nostro, quanto una serie di comportamenti non retti.

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